Una bambola che scrive e riscrive…

libri letti da Ribambole. E così spero di teIngrid , intenta a immaginare la nuova vita della sua bambola, non è più triste”

Sono felicissima di scoprire che mentre sono alla ricerca di libri su e di bambole già esistenti, ne nascono altri di nuovi! E non solo, scopro che nascono libri che raccontano storie già raccontate, ma con altre parole e altre illustrazioni, e trovo questo straordinario: significa che sono storie che hanno il potere di ispirare persone diverse in posti diversi del mondo! Magnifico!

In questo post di libri volevo infatti parlarvi di un albo illustrato, di grande formato, uscito pochi mesi fa in libreria, che racconta dell’episodio che vede per protagonisti lo scrittore Franz Kafka e una bimba che incontra al parco, triste per la perdita della sua bambola. Commosso dalla disperazione della piccola, lo scrittore si improvvisa postino delle bambole, scrivendo e leggendo le lettere della bambola scomparsa e inventandone i viaggi. Se avete già letto qualcosa del mio blog, avrete capito che la storia è la stessa narrata da questo libro.

La differenza è che invece di un romanzo, questo libro è un albo illustrato. Si tratta di E COSÌ SPERO DI TE. STORIA QUASI VERA DI UNA BAMBOLA GIRAMONDO, scritto da Didier Lévi e illustrato da Tiziana Romanin per Terre di mezzo Editore, 2018 (ed.originale Serbacane, Paris, 2016).

Se mancava qualcosa infatti al romanzo erano proprio delle illustrazioni realizzate qui con un’ accuratissima attenzione ai dettagli storici, che collocano la storia nel tempo e nello spazio, evocano i volti dei personaggi, ne esaltano le emozioni, immergendoli nell’ atmosfera calda di un fine novembre al sole.

Tuttavia le storie narrate dai due libri sono un po’ diverse: le memorie di Dora, compagna di Kafka e dai cui scritti prendono spunto queste narrazioni, probabilmente hanno ispirato diverse intuizioni. Non posso dire se uno sia migliore dell’altro: aver incontrato prima il romanzo non può che farmi notare le differenze che, ammetto, talvolta mi hanno un po’ stranito.  Così, ad esempio, la bambina cambia nome, si chiama Ingrid ed ha i capelli biondi cortissimi, che la fanno sembrare “un uccellino caduto dal nido”, apparendo quindi molto più debole della piccola Elsi, che interloquisce con Kafka senza lasciarsi intimidire.  Oppure Franz, nei suoi incontri con la bimba, è sempre accompagnato da Dora, un’innamoratissima Dora che non lo lascia mai solo, mentre nel romanzo, a casa, si chiede se ciò che sta facendo Franz abbia un senso, e soprattutto si preoccupa per la sua salute. Sono piccole sfumature, come dicevo, che però colorano in modo diverso questa tenera storia.

Come vuole il linguaggio dell’albo illustrato le parole sono poche ma intrecciate alle illustrazioni, capaci di dar forma a metafore bellissime, tutte riguardanti il passare del tempo, la crescita, il superamento di un momento difficile grazie alla potenza di una storia. La sinteticità del racconto dell’albo, quasi paradossalmente, spazia su un tempo più disteso. Così, la partenza della bambola, e in particolare il suo matrimonio, si specchiano nella crescita di Ingrid: anche lei, ora che la sua bambola è andata, può crescere, come se avesse superato una sorta di rito di passaggio: i capelli le sono cresciuti e non è più un uccellino. E con loro, anche Franz supera i suoi ultimi e difficili giorni di vita: l’inverno arriva e gli regala, finalmente, il riposo dopo quest’ultima e tenera fatica: l’essersi avvicinato al dolore di una bambina e averle infuso speranza nella vita, nonostante per lui sia sempre stata fonte di sofferenza.

A differenza del romanzo forse qui la centratura è più sugli adulti: Franz e la sua malinconia, Franz e Dora con il loro amore dolcissimo, la bambola, anche lei adulta che purtroppo, perde un po’ della magia che il romanzo le ha saputo dare….ma una bambola, e il suo affetto per lei da parte di una bambina, è ancora una volta ciò che ha ispirato una storia!

 

 

COME REALIZZO LE RIBAMBOLE 4: come le ridipingo?

ribambole

A questo punto, dopo aver recuperato una o più bambole , lavate e profumate e aver tolto quegli occhi , puoi finalmente divertirti a darle un nuovo volto.

Non ho chissà che cosa da insegnarti, posso solo raccontarti che cosa utilizzo e come faccio io, senza pretesa che questo sia l’unico modo per creare nuove bambole…anzi!Il mondo è pieno di altri modi e strumenti da usare che io stessa sto ancora esplorando.

Il consiglio che posso darti è leggere questo post, trovare qualche ispirazione e partire con un tuo modo di lavorare.

Quindi, andiamo con ordine, partendo dai materiali.

Colori e pennelli

Per quanto riguarda i colori ho sin dall’ inizio utilizzato i colori acrilici: asciugano in fretta ed essendo resistenti all’ acqua, una pennellata può sovrapporsi all’ altra senza che il colore sottostante si sciolga e “rovini” il precedente.  Ciò significa che se da un lato è molto difficile creare delle sfumature, soprattutto su superfici piccolissime, è anche facile coprire eventuali sbavature sovrapponendo colore su colore. Sulla marca dei colori c’è un mondo da scoprire. Avendone una buona scorta già in casa, non ho ancora acquistato colori nuovi ma ho testato ciò di cui già disponevo. Si tratta di colori acrilici professionali, che avevo per realizzare illustrazioni sulla carta, per cui non economici ma nemmeno eccessivamente costosi.

Come tutti gli strumenti, vanno un po’ conosciuti: se non hai mai usato i colori acrilici ti consiglio di provarli prima sulla carta, ma anche su altre superfici: uno dei loro pregi è che hanno una buona presa ovunque.

Ai colori “ a pennello” affianco poi qualche pastello in polvere (anche qui si tratta di colori professionali) che mi consente di realizzare qualche sfumatura soprattutto nella realizzazione degli occhi e delle guance.

I pennelli, come immaginerai, sono i più piccoli che si possono trovare: punta rotonda, pelo morbido, misura 00, 0 e 1.

Considera che comunque sarà la tua mano ad utilizzarli, con la sua presa più o meno delicata, tremolante o decisa, veloce o lenta…che chiama quindi un pennello ideale che sta a te scovare provando e riprovandone di diverso tipo. L’unico consiglio che mi sento di darti è investire tempo, per provare, piuttosto che soldi, per acquistare pennelli e stra-costosi: gran parte dei pennelli che uso erano un 3,4 , 7 o più a cui ho tagliato i peli in eccesso!

Altro unico materiale che può risultare utile è una vernice, da stendere sul colore. Questa garantisce una maggiore resistenza all’ acqua, perché si sa che una bambola, almeno una volta nella vita, merita un bel bagno o una nuotata in piscina! Ricorda comunque che la resistenza, purtroppo, non potrà mai essere quella delle vernici industriali con cui la bambola è stata originariamente realizzata. Se questo è un peccato, può però anche significare che ad un certo punto della sua vita, a questa bambola andrà regalato un faccino nuovo ancora una volta! Per la vernice ho fatto, anche qui, alcuni tentativi e ad oggi, la migliore soluzione è una vernice opaca pensata proprio per i colori acrilici.

La tecnica

Se ami dipingere cose piccolissime, e soprattutto volti (come il mio caso), allora questa è la tua attività creativa per eccellenza!

Ora ti illustrerò le fasi che seguo io per realizzare una Ribambola, ma ti ripeto: sperimenta e trova un tuo modo per realizzare le tue bambole!

  1. Fai qualche esercizio su carta, soprattutto per gli occhi: prendi spunto da qualche foto e copia un po’ di occhi, studiane la struttura, i colori. Parti da un grande formato (più o meno quello reale) per poi ridurli sempre di più, sino alla grandezza che andrà poi realizzata sulla bambola; esercitati a realizzarli in coppia: gli occhi sono due!

  2. Gli occhi: io realizzo prima un leggerissimo schizzo a matita delle dimensioni, soprattutto per controllare che vengano della stessa grandezza e ben posizionati. Procedo poi con il dipingere l’intera superficie totalmente di bianco, quindi sopra realizzo l’ iride colorata, talvolta usando anche un pastello per realizzare qualche sfumatura, la pupilla, le palpebre (studiando un colore simile a quello della pelle della bambola) e quindi aggiungo uno o due puntini bianchi per renderli “vivi”.

  3. Le sopracciglia sono fondamentali per dare espressione a volto: la loro inclinazione decide se la tua bambola è felice, triste, preoccupata, malinconica, tranquilla, pensierosa, arrabbiata… Per questo motivo, qui spesso faccio e disfo: dopo una leggerissima traccia a matita, realizzo le sopracciglia con piccolissimi segni di pennello. Lascio la bambola per qualche ora e poi torno a guardarla, e decido se lasciare o rifare daccapo.

  4. Le labbra: sono abbastanza semplici da realizzare e puoi decidere se sfruttare la fessura tra labbro superiore e labbro inferiore, dipingendo qualche dentino.

  5. I “segni particolari”: intendo guance e lentiggini. Con i pasetlli utilizzo una quantità piccolissima di polvere che con il dito distribuisco sulle guance, dando così più morbidezza al volto. Talvolta aggiungo anche alcune, o molte, lentiggini. Inizialmente non riuscivo ad uscirne, per cui spargevo lentiggini su ogni Ribambola…ma poi mi sono guardata intorno, e le bambine vere non hanno sempre le lentiggini! Anzi! Ma quanto abbiamo, nella mente, un’immagine di bambola dai capelli rossi, magari raccolti in due trecce e rispettive lentiggini?!

Infine, realizzato tutto questo, stendo un delicatissimo velo di vernice. Sulle labbra stendo anche un secondo strato: essendo la parte più sporgente del volto, ho notato che spesso si rovinano prima del resto. Poi, faccio una prova di resistenza, immergendo la bambola in acqua e sapone per 15/20 minuti, per controllare che il tutto rimanga.

Consigli

Sono convinta che questa sia la fase più bella, per cui divertiti! Ed è la fase in cui io faccio e disfo di più: quando ridipingo una nuova Ribambola  non è detto che mi convinca subito, spesso ho dipinto bambole fin all’ ultimo dettaglio per poi, magari qualche giorno dopo, sentire che quello non era il suo faccino: il colore degli occhi, la forma delle labbra…qualcosa andava cambiato, per cui riprendo l’acetone, cancello tutto e riparto. Talvolta è il faccino sbagliato, talvolta ci sono errori tecnici che non sopporto di lasciare (questo accade molto spesso), in ogni caso mi lascio il tempo di capire, o meglio, sentire, se sono riuscita a dare un’anima a quel pezzo di plastica da recuperare. Per cui il mio secondo consiglio è questo: datti tempo!

Colleziona facce! Quando ho iniziato a realizzare le Ribambole, dopo qualche tentativo lasciato al caso, ho attinto da un mio archivio di ispirazioni: ho una cartellina in cui conservo foto e ritagli di volti, alcuni conosciuti, altri no, e poi mi sono creata questa cosa qui su pinterest, che alimento costantemente di nuovi spunti. La cosa difficile è scovare volti non troppo ritoccati (che nel web e nelle riviste abbondano!) ma cercare facce di piccole persone reali! In questo caso, ben vengano foto di bimbe e bimbi veri che conoscete!

Quanto vorrei una bambola tutta per me!

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Proprio così:quella che stava crescendo nel mio orticello era una bambola

Quando ho iniziato la mia ricerca di libri che parlassero di bambole, il primo a che ho recuperato dalla mia biblioteca è stato decisamente un albo illustrato, di grande formato, scritto da Astrid Lindgren (la mamma di Pippi Calzelunghe per intenderci): MIRABELL, illustrato da Pija Lindenbaum, edito da Mottajunior, 2007 (prima edizione:2002, scritta da Astrid Liengren nel 1949).

Sul livello della scrittura di questa autrice non mi pronuncio: non credo serva sottolineare l’ovvietà. Preferisco piuttosto dirle un grazie, certo per Pippi, ma ci sono tantissimi altri personaggi, in altri suoi libri che ho amato forse anche più. E tra questi c’è Britta.

Britta è una bimbetta modestissima (quando si presenta ci tiene a precisare che il suo nome non c’entra con la storia, pur essendone la protagonista!), alla quale l’illustratrice di questa edizione regala per compagna di giochi, una gallina bianca. Vive con i suoi genitori, che non se la passano bene: il padre è un contadino che vende frutta al mercato per pochi soldi, che la madre fatica a far bastare per ciò che serve loro per vivere. Vivono in una casina isolata, in campagna.

E in tutto questa, Britta desidera tanto, tanto, tantissimo una bambola.

Il suo è un desiderio fortissimo, vorrebbe smettere di provarlo, perché sa che non sarà mai possibile date le condizioni della sua famiglia, ma non ci riesce. Coltiva il suo desiderio nonostante.

E come in un gioco di parole, Britta, si ritrova letteralmente a coltivare il suo desiderio, in un semino regalatole da un signore di passaggio: “un semino giallo che riluceva come oro”.

Nel suo angolo di orticello Britta pianta il seme, lo annaffia, giorno per giorno, sente che deve curarlo il più possibile senza ben saperne il risultato.

Finché, un mattino spunta una cosina rossa, tondeggiante. La cosina pian piano esce dalla terra ed è un capellino, il capellino di una bambola che cresce dalla terra proprio come una piantina!

Britta non può crederci: il suo desiderio si è avverato, ha una sua bambola, con gli occhi azzurri proprio come se li aspettava ancora prima che li aprisse.

Le dà un nome, le prepara un lettino ma presto, col calar del sole, scoprirà che la sua bambola ha già un suo nome. Mirabell, non Margareta! E non solo: parla, mangia, ride e si muove, tranne quando mamma e papà sono nei paraggi: “La mamma pensa che io faccia finta di darle da mangiare, invece Mirabell mangia sul serio. Una volta mi ha anche morso un dito, ma per scherzo, s’intende.”

Alla fine, con la dolcezza che le si addice, Britta invita quanti hanno ascoltato la sua storia ad andarla a trovare, per conoscere la sua splendida e meravigliosa Mirabell, perché le cose belle, si sa, divengono ancor più belle quando si condividono! Soprattutto se dietro hanno una storia da raccontare…

Ho sempre amato questo libro per tanti motivi: parla del desiderio puro bambino, quello intriso di magia (e forse questo post cade giusto, con il Natale alle porte). Ma poi aggiunge l’attesa, che non è passiva del tipo “guardiamo le stelle cadenti”, ma è un far qualcosa per nutrire ancor più questo desiderio: qualcosa di cui forse non si sa bene il senso, ma si intuisce essere importante.

E alla fine, la meraviglia! Come descriverla altrimenti?

Da ultimo adoro l’immagine dei semi di bambola…come può nascere una bambola da un seme? Solo una bambina che la desidera così tanto lo sa!

Una nota sulle illustrazioni: descrittive al dettaglio, come piacciono a me, dai colori acquarellati ma vivaci…potrebbero raccontare la storia anche senza testo, ma certo, non si potevano omettere le parole di Astrid! Raccontano la quotidianità di Britta tra il suo essere così romanticamente bambina (e i risguardi a roselline sembrano raccontare questo) ma, al contempo, vivace, allegra (che negli anni ‘50 significava maschiaccio), che si sporca di terra nel suo orto (così come lo racconta il retro copertina, con le macchie di fango sul vestito a righe rosse e bianche incrociate).

Grazie per aver letto fin qui, se vuoi leggere altri post su libri di bambole puoi guardare qui o qui, o anche qui!

3. COME REALIZZO LE RIBAMBOLE 3: come tolgo occhi e bocca?

E siamo al terzo post sul come realizzo le mie Ribambole! Credo sia il primo passaggio dove finalmente si passa all’azione: togliere occhi, sopraccigli, bocca e altre possibili “cose” disegnate sulle bambole originariamente (qualche neo, ad esempio).

Se non sai come sono arrivata fin qui puoi leggere i post precedenti, in cui ti spiego dove trovo le bambole da ridipingere (qui) e come le ripulisco per bene (qui).

Se invece mi hai seguito fin qui, avrai la tua bambola ben pulita e profumata, pronta per essere privata del suo volto originario alquanto ammiccante.

Non vi nascondo la soddisfazione di ripulire per bene questi visini, per iniziare ad intravvedere la possibilità di un nuovo sguardo, più vicino alle bambine e ai bambini reali che con loro giocheranno.

I materiali utili

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Innanzitutto ecco i materiali che io utilizzo, o per lo meno che sto utilizzando finora: sperimento in continuazione per cui chissà che non trovi altri modi per ottenere risultati sempre più soddisfacenti!

I materiali che impiego in questa fase sono sostanzialmente tre:

  1. acetone per togliere lo smalto dalle unghie, preferibilmente atossico

  2. olio vegetale (d’oliva o mandorla)

  3. batuffoli di cotone (in numero abbondante)

Possono servire anche degli stuzzicadenti  e dello skotch.

La tecnica

Cancellare gli occhi di una bambola

Gli occhi e le sopracciglia sono la parte più facile da togliere: essendo dipinti su una superficie liscia la mano scorre con facilità. Questo avviene in particolar modo se anziché una Bratz, si ha per le mani una MoxieGirlz.

Prendi un batuffolo di cotone e imbevilo di olio, quindi spalmalo per bene su tutto il viso della bambola

Prendi un secondo batuffolo di cotone e imbevilo di acetone, quindi inizia da un occhio: con movimenti semi-circolari passa sull’occhio, facendo pressione come se stessi scavando. Non andare mai oltre lo spazio dell’occhio: il batuffolo di cotone porterebbe in giro l’inchiostro dell’occhio per il volto e, specialmente sui volti dai colori chiari, risulterebbe molto difficile da far sparire completamente.

Quando ti sembra che non accada nulla, ripassa con un po’ di olio (sempre utilizzando il cotone) e quindi torna con l’acetone: premi e scava, premi e scava, pian pianino l’inchiostro cede.

Terminato un occhio passa all’altro.

Cancellare le labbra di una bambola

Le labbra sono leggermente più impegnative, sono infatti dipinte su una superficie meno liscia, per cui una volta tolta la parte più esposta (nello stesso modo in cui hai tolto gli occhi), puoi utilizzare uno stuzzicadenti da sovrapporre al batuffolo di cotone imbevuto di alcol e andare a scavare nella fessura. Anche qui potrebbe servire qualche passaggio ripetuto di olio e acetone.

Talvolta le labbra non spariscono del tutto: nella fessura o ai lati, l’inchiostro non ne vuole sapere di andarsene. Non preoccuparti: possono essere piccoli residui a cui sovrapporre il colore senza problemi.

Può essere che alcune bambole siano più o meno cosparse di brillantini (ebbene sì, anche quelli!). Un metodo per toglierli è utilizzare un pezzetto di skotch molto adesivo: applicalo sui brillantini, premi forte e lascialo agire qualche minuto. Poi toglilo lentamente: si porterà via anche i brillantini. Se non funziona subito prova e riprova!

Consigli

Non risparmiare sul prezzo dell’acetone: un acetone conveniente spesso è di scarsa qualità. Io non me ne intendo per l’uso classico: non uso smalto per unghie, per cui ne ho sperimentati alcuni solo per lavorare con le bambole. Risparmiando, ovvero scegliendo l’acetone del discount, il processo di cancellazione è molto più lungo, quindi si consuma più prodotto e talvolta con risultati non proprio ottimi. Spendendo qualcosina in più, approdando quindi su alcune marche più conosciute (comunque mai superando i 7 euro) il procedimento è più spedito e dà anche maggiori soddisfazioni!

Non confondere i batuffoli di olio e acetone (io uso colori diversi quando me ne ricordo).

Non usare l’acetone su altre parti del corpo della bambola, in particolar modo sul torace che è fatto di plastica dura anziché morbida, e la rovinerebbe!

Grazie per aver letto fin qui, per qualsiasi domanda scrivimi…e raccontami se hai provato, come sta andando! Nel prossimo post si dipinge!

Questa bambola è mia!


IMG_0785“Lilli si è arrabbiata: “No!” ha urlato, “questa è la mia Mirtilla, l’ho portata da casa!”. Lilli sentiva che le lacrime le rigavano le guance. Avrebbe voluto sistemare la collanina rossa di Mirtilla per farla stare più comoda, ma Amalia l’abbracciava forte e voleva dormire con lei sul materassino.”

Ho trovato questo libro per caso: in biblioteca, è saltato fuori da un carrello che la bibliotecaria stava sistemando e, essendo alla ricerca di libri sulle bambole, ho pensato non fosse una coincidenza! Il libro è: di David Grossman, MIA, TUA NOSTRA, tradotto da Alessandra Shomroni, Mondadori, 2016.

È un albo illustrato, (23 x22,5cm) scritto niente meno che da David Grossman, uno straordinario autore israeliano che scrive per adulti, bambini e ragazzi. Le illustrazioni invece, nell’edizione italiana sono di Giulia Orecchia, un’illustratrice attivissima che qui ha utilizzato un mix di tecniche: collage e digitale. Mi piace molto come ha rappresentato la scuola: colori caldi, luminosi, accoglienti, come una scuola dell’infanzia dovrebbe essere. Un bellissimo dettaglio sono i disegni dei bambini appesi ai muri che sembrano originali!

Ma veniamo alla storia, che narra di una bimba, Lilli (ebbene sì, la seconda padroncina di una bambola a chiamarsi così: vedi qui) e della sua bambola: Mirtilla. Sembra una grande bambola di pezza, con i capelli rossi raccolti in un alto chignon, vestito a fantasia scozzese azzurro e ciclamino chiuso da un grande bottone, calzamaglie rosse e scarpe marroni. Indossa poi una collana di perline rosse che Lilli le sistema con cura.

Una bella mattina Lilli decide di portare Mirtilla a scuola. A scuola le cose (ovvero orsacchiotti, cagnolini di peluche e altre bambole) sono riposte negli armadietti ma vengono confuse e la piccola, al momento di andare a letto, si ritrova senza la sua Mirtilla…

È finita nell’armadietto di una bimba più piccola: Amalia (non vi racconto come, scopritelo leggendo il libro), e come fanno i bimbi piccoli, pensa sia sua. Lilli prova a dire ad Amalia di ridarle la bambola ma lo fa urlando (è disperata!): Amalia si spaventa e scoppia a piangere. Inizia il litigio e come da tradizione interviene la maestra, in difesa della più piccola: non sapendo come è andata, non può fare altrimenti.

Ma non è finita: altri due compagni di Lilli afferrano la bambola e dicono di volerla portare nella giungla…Lilli, con le ultime forze, chiede alla maestra di chiedere un’altra volta alla piccola Amalia di chi sia Mirtilla. Questa volta Amalia è sincera e la pace ritorna: Lilli ha di nuovo la sua bambola. La tragedia è risolta. I bambini si sistemano sui lettini per il riposo, ciascuno con il proprio pupazzo, tranne Amalia, che ha dimenticato il suo Coniglio. Cosa fare? Le bimbe si sdraiano vicine, nello stesso lettino, e abbracciano in silenzio Mirtilla, che fa compagnia a tutte e due mentre si addormentano.

È una storia senz’altro dolce e che descrive in modo molto realistico le vicende appassionanti che coinvolgono i bambini piccoli nelle giornate passate a scuola e gli oggetti che a loro appartengono, eletti a compagni di vita insostituibili.

Riguardo alla nostra bambola, escono due cose di questo raccontino che mi piacciono: che le maestre possono sbagliare (e poi sanno anche chiedere scusa) e che quando una bimba è affezionata ad una bambola e questa bambola le viene tolta è come se le amputassero una gamba!

Ho rivissuto, rileggendolo, una sensazione che avevo quasi dimenticato…era il 1989 (!!), facevo la prima comunione e uno dei rituali della messa prevedeva che qualcuno di noi portasse all’altare un cesto pieno di giochi, come dono simbolico. Bene, nel cesto c’erano un pallone, qualche macchinina, e una bambola: la mia (la catechista era mia mamma, per cui l’organizzazione spesso attingeva dal contesto domestico). Io avevo approvato: Martina, così si chiamava la bambola, poteva essere utilizzata per questo fine.

Solo che, al momento di decidere chi avrebbe portato questo cesto, fu scelta un’altra bambina. Tutto ok, all’inizio, ma quando ho visto la mia bambola andarsene nel cesto mi è venuto un nodo alla gola terribile, soffrivo e mi vergognavo di soffrire allo stesso tempo e per non scoppiare a piangere appena avessi aperto bocca, ho smesso di parlare. Dopo qualche tempo, qualcuno se ne è accorto, avrò avuto anche gli occhi lucidi e allora la voce preoccupata di mia mamma mi ha fatto scoppiare e ho detto la verità.

La cosa si è risolta, ho portato io il cesto. Mi sono sentita stupida: era quell’ età in cui senti che non è più il momento di giocare con le bambole ma ti piacciono ancora così tanto (per non parlare che si tratta anche del momento in cui inizia a capire che non puoi difendere le tue proprietà in modo infantile)…ma mi sono sentita anche soddisfatta: Martina sarebbe stata al sicuro!

Pensierino pedagogico (che detto così fa un po’ anni ’50!): penso spesso a questo episodio quando in qualità di adulti insistiamo a voler istigare la condivisione a tutti i costi nei bambini, in un’età che forse ha ancora un legame con le cose molto simile all’immedesimazione, al prolungamento di sé più che al possesso vero e proprio. Forse, lasciati un po’ ad elaborarlo,  a viverlo fino in fondo, sono in grado di passare alla condivisione con l’altro, senza che sia imposto dalla “buona educazione”, ma nel momento più giusto del loro sviluppo.

Grazie per aver letto fin qui, se vuoi leggere altri post su libri di bambole puoi guardare qui o qui!

Una domanda senza risposta…

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Alcuni giorni fa leggevo sulla pagina facebook di una ragazza che realizza bambole la sua sorpresa nel rilevare che, dall’apertura della pagina, in poco tempo, in tantissimi ne richiedevano, forse più di quelle che sarà in grado di realizzare.

Sempre un po’ di tempo fa, leggevo di un progetto bellissimo: la realizzazione di un percorso di cura con i malati di Alzheimer tramite l’impiego di bambole.

Ricordo, ancora, quando anni fa ad un convegno in ambito pedagogico, alcune ricercatrici inglesi presentarono un progetto di integrazione rivolto ai bambini provenienti da paesi stranieri e spesso traumatizzati da guerre e povertà, che prevedeva di usare delle bambole come loro “cuscini di emozioni” (un’espressione che mi è piaciuta tantissimo). Non c’è poi bisogno di citare il legame che può venirsi a creare tra una bambina, o bambino, e la sua bambola.

A questo punto mi stavo chiedendo: a che bisogno rispondono le bambole? Posto il gioco, poi, perché attirano così tanto? Me lo sono chiesta anch’io pensando a me stessa…possibile , riconoscendomi oramai adulta, capace di “far cose serie” e sana di mente quanto basta, che mi appassioni a questi pezzi di plastica? O, molto più, ma pur sempre inanimati, di stoffa? Per non parlare poi di quando sono fatte a mano, una diversa dall’altra e intrise della personalità di chi le crea.

È il bisogno di gioco che ci portiamo dietro dall’infanzia? È qualcosa che ha che fare con un’attrazione biologica per tutto quanto ci rappresenti come essere umani? È, ancora il bisogno di accudire qualcosa, sempre parte della nostra natura umana?

La risposta non ce l’ho, è una domanda che mi affascina da tempo e che mi fa compagnia mentre realizzo le mie Ribambole e guardo, con stupore, altre artiste crearne altre…probabilmente tornerò su questo interrogativo, non certo con una risposta ma con qualche riflessione in più di certo!

le bambole non fanno altro che essere perse!

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Allora la bambola fa come tutte le bambole quando nessuno le vede: muove le braccia e le gambe…”

Avete mai notato che in più di un libro sulle bambole, succede che queste si perdano? A quanto pare è una condizione indispensabile se non ottima: solo così possono vivere splendide avventure, fuori dall’abbraccio stretto della loro padroncina. Alcune viaggiano, altre fanno incontri, c’è quella che si perde per sempre e quella che ritorna. Comunque sia, quello che vogliono fare una volta perse, è poter tornare al più presto a quell’abbraccio: una bambola non conosce la libertà, esiste in quanto adottata.

Una delle leggende più belle, a parer mio sulle bambole, è che quando non sono viste, un po’ come tutti i giocattoli forse, prendano vita.

Ho trovato la storia di Lili in questo albo illustrato (ovvero un libro composto di pagine interamente illustrate con un testo breve dove le une non avrebbero senso senza il secondo e viceversa): 

Marie-Hélène Delval, UNA BAMBOLINA PICCOLA PICCOLA, illustrazioni di Simona Mulazzani, tradotto da Maura Nalini, Fabbri Editori, 2011 (prima edizione:2008)di formato quadrato (misura circa 20cmx 20cm).

L’edizione che ho recuperato viene dalla biblioteca ed essendo un libro del 2011 si nota bene quanto sia stato letto: pagine sgualcite, qualche strappo, anche dei segni di matita, tutta vita vissuta che adoro ritrovare nei libri delle biblioteche.

Non conoscevo questa autrice, l’ho scoperta con questo libro. Conosco invece molto bene l’illustratrice, non di persona ovviamente, conosco i suoi lavori che sono moltissimi, (tra i quali menziono solamente “Il grande libro dei pisolini” , scritto da Zoboli e edito da Topipittori, che in casa si legge sempre volentieri).

Le sue sono illustrazioni probabilmente realizzate ad acrilico, a piena pagina, con colori densi e smorzati da sfumature e tonalità ombrose.

Ma veniamo alla storia, che parla di Lili, (il nome lo scopriamo solo alla fine, quando la bambina la ritrova, perché la ritrova, state tranquilli!). Lili è una bambolina che così come disegnata, sembra di pezza, con sei codine, occhietti a spillo e niente naso. Ha un vestito a pois blu su fondo rosa abbinato a delle calzamaglie a righe giallo-blu con scarpette rosse: non c’è che dire, sa come vestirsi!

Ma soprattutto è una “ bambolina piccola piccola” tanto da stare nella tasca di una bambina.

E come avrete capito, da questa tasca cade, mentre la bambina salta con la corda.

Rimasta sola, immobile, aspetta la notte. Il parco si svuota ed inizia a piovere per cui, l’autrice ci dice che è quello che accade di solito, la bambolina prende vita e tenta di costruirsi un lettino al riparo, aspettando il giorno seguente.

Nel farlo recupera piccole cose: un fiammifero, una carta di caramella, alcune foglie secche, qualche piuma, un guanto giallo bucato…ce la mette tutta, ma deve ammetterlo:

Per una notte andrà bene. Ma non è comodo come un vero lettino da bambola nella casa di una vera bambina.

La pioggia è continua: ce lo dicono le illustrazioni che mostrano la bambolina all’opera, in cerca di oggetti che le possano essere utili, probabilmente è anche freddo dato che la bambina portava una giacca a vento.

Comunque sia, finalmente arriva il giorno, e la bambolina è pronta a farsi ritrovare esattamente dov’era caduta, ed è proprio lì che la bambina la ritrova sospirando: “…hai passato tutta la notte sul vialetto!”. Al ché la bambolina ride pianissimo: la bambina non si immagina quanto si sia data da fare tutta la notte per cercarsi un riparo!

Ora, piccola parentesi: sul retro di copertina di questo libro l’editore ha voluto presentare questa storia come una “storia per parlare di paura”…non sono molto d’accordo, oltre che essere sempre diffidente quando un libro mi si presenta per “parlare di”, a mio parere parla di avventura, di mistero…forse Lili avrà anche paura, ma sembra che la sua preoccupazione sia più farsi ritrovare come è stata lasciata il giorno seguente, che passare la notte al parco!

Quello che mi piace di questa storia è il fatto che una bambola prende vita quando nessuno la vede e questo mi fa sognare…ve le immaginate le bambole che parlano tra sé, se sono più d’una, quando voi (se ne avete) o la vostra bambina dormite? Ve le immaginate quando andate in vacanza e rimangono sole in casa? E ve la immaginate una bambina che crede fermamente che questo possa accadere? Ecco, quasi quasi vorrei essere lei…che meraviglia credere nella propria immaginazione!

p.s. Questo è il secondo post del mio blog che parla di libri che hanno per protagoniste delle bambole, se vuoi leggere il primo, guarda qui