Una bambola che scrive e riscrive…

libri letti da Ribambole. E così spero di teIngrid , intenta a immaginare la nuova vita della sua bambola, non è più triste”

Sono felicissima di scoprire che mentre sono alla ricerca di libri su e di bambole già esistenti, ne nascono altri di nuovi! E non solo, scopro che nascono libri che raccontano storie già raccontate, ma con altre parole e altre illustrazioni, e trovo questo straordinario: significa che sono storie che hanno il potere di ispirare persone diverse in posti diversi del mondo! Magnifico!

In questo post di libri volevo infatti parlarvi di un albo illustrato, di grande formato, uscito pochi mesi fa in libreria, che racconta dell’episodio che vede per protagonisti lo scrittore Franz Kafka e una bimba che incontra al parco, triste per la perdita della sua bambola. Commosso dalla disperazione della piccola, lo scrittore si improvvisa postino delle bambole, scrivendo e leggendo le lettere della bambola scomparsa e inventandone i viaggi. Se avete già letto qualcosa del mio blog, avrete capito che la storia è la stessa narrata da questo libro.

La differenza è che invece di un romanzo, questo libro è un albo illustrato. Si tratta di E COSÌ SPERO DI TE. STORIA QUASI VERA DI UNA BAMBOLA GIRAMONDO, scritto da Didier Lévi e illustrato da Tiziana Romanin per Terre di mezzo Editore, 2018 (ed.originale Serbacane, Paris, 2016).

Se mancava qualcosa infatti al romanzo erano proprio delle illustrazioni realizzate qui con un’ accuratissima attenzione ai dettagli storici, che collocano la storia nel tempo e nello spazio, evocano i volti dei personaggi, ne esaltano le emozioni, immergendoli nell’ atmosfera calda di un fine novembre al sole.

Tuttavia le storie narrate dai due libri sono un po’ diverse: le memorie di Dora, compagna di Kafka e dai cui scritti prendono spunto queste narrazioni, probabilmente hanno ispirato diverse intuizioni. Non posso dire se uno sia migliore dell’altro: aver incontrato prima il romanzo non può che farmi notare le differenze che, ammetto, talvolta mi hanno un po’ stranito.  Così, ad esempio, la bambina cambia nome, si chiama Ingrid ed ha i capelli biondi cortissimi, che la fanno sembrare “un uccellino caduto dal nido”, apparendo quindi molto più debole della piccola Elsi, che interloquisce con Kafka senza lasciarsi intimidire.  Oppure Franz, nei suoi incontri con la bimba, è sempre accompagnato da Dora, un’innamoratissima Dora che non lo lascia mai solo, mentre nel romanzo, a casa, si chiede se ciò che sta facendo Franz abbia un senso, e soprattutto si preoccupa per la sua salute. Sono piccole sfumature, come dicevo, che però colorano in modo diverso questa tenera storia.

Come vuole il linguaggio dell’albo illustrato le parole sono poche ma intrecciate alle illustrazioni, capaci di dar forma a metafore bellissime, tutte riguardanti il passare del tempo, la crescita, il superamento di un momento difficile grazie alla potenza di una storia. La sinteticità del racconto dell’albo, quasi paradossalmente, spazia su un tempo più disteso. Così, la partenza della bambola, e in particolare il suo matrimonio, si specchiano nella crescita di Ingrid: anche lei, ora che la sua bambola è andata, può crescere, come se avesse superato una sorta di rito di passaggio: i capelli le sono cresciuti e non è più un uccellino. E con loro, anche Franz supera i suoi ultimi e difficili giorni di vita: l’inverno arriva e gli regala, finalmente, il riposo dopo quest’ultima e tenera fatica: l’essersi avvicinato al dolore di una bambina e averle infuso speranza nella vita, nonostante per lui sia sempre stata fonte di sofferenza.

A differenza del romanzo forse qui la centratura è più sugli adulti: Franz e la sua malinconia, Franz e Dora con il loro amore dolcissimo, la bambola, anche lei adulta che purtroppo, perde un po’ della magia che il romanzo le ha saputo dare….ma una bambola, e il suo affetto per lei da parte di una bambina, è ancora una volta ciò che ha ispirato una storia!

 

 

Quanto vorrei una bambola tutta per me!

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Proprio così:quella che stava crescendo nel mio orticello era una bambola

Quando ho iniziato la mia ricerca di libri che parlassero di bambole, il primo a che ho recuperato dalla mia biblioteca è stato decisamente un albo illustrato, di grande formato, scritto da Astrid Lindgren (la mamma di Pippi Calzelunghe per intenderci): MIRABELL, illustrato da Pija Lindenbaum, edito da Mottajunior, 2007 (prima edizione:2002, scritta da Astrid Liengren nel 1949).

Sul livello della scrittura di questa autrice non mi pronuncio: non credo serva sottolineare l’ovvietà. Preferisco piuttosto dirle un grazie, certo per Pippi, ma ci sono tantissimi altri personaggi, in altri suoi libri che ho amato forse anche più. E tra questi c’è Britta.

Britta è una bimbetta modestissima (quando si presenta ci tiene a precisare che il suo nome non c’entra con la storia, pur essendone la protagonista!), alla quale l’illustratrice di questa edizione regala per compagna di giochi, una gallina bianca. Vive con i suoi genitori, che non se la passano bene: il padre è un contadino che vende frutta al mercato per pochi soldi, che la madre fatica a far bastare per ciò che serve loro per vivere. Vivono in una casina isolata, in campagna.

E in tutto questa, Britta desidera tanto, tanto, tantissimo una bambola.

Il suo è un desiderio fortissimo, vorrebbe smettere di provarlo, perché sa che non sarà mai possibile date le condizioni della sua famiglia, ma non ci riesce. Coltiva il suo desiderio nonostante.

E come in un gioco di parole, Britta, si ritrova letteralmente a coltivare il suo desiderio, in un semino regalatole da un signore di passaggio: “un semino giallo che riluceva come oro”.

Nel suo angolo di orticello Britta pianta il seme, lo annaffia, giorno per giorno, sente che deve curarlo il più possibile senza ben saperne il risultato.

Finché, un mattino spunta una cosina rossa, tondeggiante. La cosina pian piano esce dalla terra ed è un capellino, il capellino di una bambola che cresce dalla terra proprio come una piantina!

Britta non può crederci: il suo desiderio si è avverato, ha una sua bambola, con gli occhi azzurri proprio come se li aspettava ancora prima che li aprisse.

Le dà un nome, le prepara un lettino ma presto, col calar del sole, scoprirà che la sua bambola ha già un suo nome. Mirabell, non Margareta! E non solo: parla, mangia, ride e si muove, tranne quando mamma e papà sono nei paraggi: “La mamma pensa che io faccia finta di darle da mangiare, invece Mirabell mangia sul serio. Una volta mi ha anche morso un dito, ma per scherzo, s’intende.”

Alla fine, con la dolcezza che le si addice, Britta invita quanti hanno ascoltato la sua storia ad andarla a trovare, per conoscere la sua splendida e meravigliosa Mirabell, perché le cose belle, si sa, divengono ancor più belle quando si condividono! Soprattutto se dietro hanno una storia da raccontare…

Ho sempre amato questo libro per tanti motivi: parla del desiderio puro bambino, quello intriso di magia (e forse questo post cade giusto, con il Natale alle porte). Ma poi aggiunge l’attesa, che non è passiva del tipo “guardiamo le stelle cadenti”, ma è un far qualcosa per nutrire ancor più questo desiderio: qualcosa di cui forse non si sa bene il senso, ma si intuisce essere importante.

E alla fine, la meraviglia! Come descriverla altrimenti?

Da ultimo adoro l’immagine dei semi di bambola…come può nascere una bambola da un seme? Solo una bambina che la desidera così tanto lo sa!

Una nota sulle illustrazioni: descrittive al dettaglio, come piacciono a me, dai colori acquarellati ma vivaci…potrebbero raccontare la storia anche senza testo, ma certo, non si potevano omettere le parole di Astrid! Raccontano la quotidianità di Britta tra il suo essere così romanticamente bambina (e i risguardi a roselline sembrano raccontare questo) ma, al contempo, vivace, allegra (che negli anni ‘50 significava maschiaccio), che si sporca di terra nel suo orto (così come lo racconta il retro copertina, con le macchie di fango sul vestito a righe rosse e bianche incrociate).

Grazie per aver letto fin qui, se vuoi leggere altri post su libri di bambole puoi guardare qui o qui, o anche qui!

Questa bambola è mia!


IMG_0785“Lilli si è arrabbiata: “No!” ha urlato, “questa è la mia Mirtilla, l’ho portata da casa!”. Lilli sentiva che le lacrime le rigavano le guance. Avrebbe voluto sistemare la collanina rossa di Mirtilla per farla stare più comoda, ma Amalia l’abbracciava forte e voleva dormire con lei sul materassino.”

Ho trovato questo libro per caso: in biblioteca, è saltato fuori da un carrello che la bibliotecaria stava sistemando e, essendo alla ricerca di libri sulle bambole, ho pensato non fosse una coincidenza! Il libro è: di David Grossman, MIA, TUA NOSTRA, tradotto da Alessandra Shomroni, Mondadori, 2016.

È un albo illustrato, (23 x22,5cm) scritto niente meno che da David Grossman, uno straordinario autore israeliano che scrive per adulti, bambini e ragazzi. Le illustrazioni invece, nell’edizione italiana sono di Giulia Orecchia, un’illustratrice attivissima che qui ha utilizzato un mix di tecniche: collage e digitale. Mi piace molto come ha rappresentato la scuola: colori caldi, luminosi, accoglienti, come una scuola dell’infanzia dovrebbe essere. Un bellissimo dettaglio sono i disegni dei bambini appesi ai muri che sembrano originali!

Ma veniamo alla storia, che narra di una bimba, Lilli (ebbene sì, la seconda padroncina di una bambola a chiamarsi così: vedi qui) e della sua bambola: Mirtilla. Sembra una grande bambola di pezza, con i capelli rossi raccolti in un alto chignon, vestito a fantasia scozzese azzurro e ciclamino chiuso da un grande bottone, calzamaglie rosse e scarpe marroni. Indossa poi una collana di perline rosse che Lilli le sistema con cura.

Una bella mattina Lilli decide di portare Mirtilla a scuola. A scuola le cose (ovvero orsacchiotti, cagnolini di peluche e altre bambole) sono riposte negli armadietti ma vengono confuse e la piccola, al momento di andare a letto, si ritrova senza la sua Mirtilla…

È finita nell’armadietto di una bimba più piccola: Amalia (non vi racconto come, scopritelo leggendo il libro), e come fanno i bimbi piccoli, pensa sia sua. Lilli prova a dire ad Amalia di ridarle la bambola ma lo fa urlando (è disperata!): Amalia si spaventa e scoppia a piangere. Inizia il litigio e come da tradizione interviene la maestra, in difesa della più piccola: non sapendo come è andata, non può fare altrimenti.

Ma non è finita: altri due compagni di Lilli afferrano la bambola e dicono di volerla portare nella giungla…Lilli, con le ultime forze, chiede alla maestra di chiedere un’altra volta alla piccola Amalia di chi sia Mirtilla. Questa volta Amalia è sincera e la pace ritorna: Lilli ha di nuovo la sua bambola. La tragedia è risolta. I bambini si sistemano sui lettini per il riposo, ciascuno con il proprio pupazzo, tranne Amalia, che ha dimenticato il suo Coniglio. Cosa fare? Le bimbe si sdraiano vicine, nello stesso lettino, e abbracciano in silenzio Mirtilla, che fa compagnia a tutte e due mentre si addormentano.

È una storia senz’altro dolce e che descrive in modo molto realistico le vicende appassionanti che coinvolgono i bambini piccoli nelle giornate passate a scuola e gli oggetti che a loro appartengono, eletti a compagni di vita insostituibili.

Riguardo alla nostra bambola, escono due cose di questo raccontino che mi piacciono: che le maestre possono sbagliare (e poi sanno anche chiedere scusa) e che quando una bimba è affezionata ad una bambola e questa bambola le viene tolta è come se le amputassero una gamba!

Ho rivissuto, rileggendolo, una sensazione che avevo quasi dimenticato…era il 1989 (!!), facevo la prima comunione e uno dei rituali della messa prevedeva che qualcuno di noi portasse all’altare un cesto pieno di giochi, come dono simbolico. Bene, nel cesto c’erano un pallone, qualche macchinina, e una bambola: la mia (la catechista era mia mamma, per cui l’organizzazione spesso attingeva dal contesto domestico). Io avevo approvato: Martina, così si chiamava la bambola, poteva essere utilizzata per questo fine.

Solo che, al momento di decidere chi avrebbe portato questo cesto, fu scelta un’altra bambina. Tutto ok, all’inizio, ma quando ho visto la mia bambola andarsene nel cesto mi è venuto un nodo alla gola terribile, soffrivo e mi vergognavo di soffrire allo stesso tempo e per non scoppiare a piangere appena avessi aperto bocca, ho smesso di parlare. Dopo qualche tempo, qualcuno se ne è accorto, avrò avuto anche gli occhi lucidi e allora la voce preoccupata di mia mamma mi ha fatto scoppiare e ho detto la verità.

La cosa si è risolta, ho portato io il cesto. Mi sono sentita stupida: era quell’ età in cui senti che non è più il momento di giocare con le bambole ma ti piacciono ancora così tanto (per non parlare che si tratta anche del momento in cui inizia a capire che non puoi difendere le tue proprietà in modo infantile)…ma mi sono sentita anche soddisfatta: Martina sarebbe stata al sicuro!

Pensierino pedagogico (che detto così fa un po’ anni ’50!): penso spesso a questo episodio quando in qualità di adulti insistiamo a voler istigare la condivisione a tutti i costi nei bambini, in un’età che forse ha ancora un legame con le cose molto simile all’immedesimazione, al prolungamento di sé più che al possesso vero e proprio. Forse, lasciati un po’ ad elaborarlo,  a viverlo fino in fondo, sono in grado di passare alla condivisione con l’altro, senza che sia imposto dalla “buona educazione”, ma nel momento più giusto del loro sviluppo.

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le bambole non fanno altro che essere perse!

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Allora la bambola fa come tutte le bambole quando nessuno le vede: muove le braccia e le gambe…”

Avete mai notato che in più di un libro sulle bambole, succede che queste si perdano? A quanto pare è una condizione indispensabile se non ottima: solo così possono vivere splendide avventure, fuori dall’abbraccio stretto della loro padroncina. Alcune viaggiano, altre fanno incontri, c’è quella che si perde per sempre e quella che ritorna. Comunque sia, quello che vogliono fare una volta perse, è poter tornare al più presto a quell’abbraccio: una bambola non conosce la libertà, esiste in quanto adottata.

Una delle leggende più belle, a parer mio sulle bambole, è che quando non sono viste, un po’ come tutti i giocattoli forse, prendano vita.

Ho trovato la storia di Lili in questo albo illustrato (ovvero un libro composto di pagine interamente illustrate con un testo breve dove le une non avrebbero senso senza il secondo e viceversa): 

Marie-Hélène Delval, UNA BAMBOLINA PICCOLA PICCOLA, illustrazioni di Simona Mulazzani, tradotto da Maura Nalini, Fabbri Editori, 2011 (prima edizione:2008)di formato quadrato (misura circa 20cmx 20cm).

L’edizione che ho recuperato viene dalla biblioteca ed essendo un libro del 2011 si nota bene quanto sia stato letto: pagine sgualcite, qualche strappo, anche dei segni di matita, tutta vita vissuta che adoro ritrovare nei libri delle biblioteche.

Non conoscevo questa autrice, l’ho scoperta con questo libro. Conosco invece molto bene l’illustratrice, non di persona ovviamente, conosco i suoi lavori che sono moltissimi, (tra i quali menziono solamente “Il grande libro dei pisolini” , scritto da Zoboli e edito da Topipittori, che in casa si legge sempre volentieri).

Le sue sono illustrazioni probabilmente realizzate ad acrilico, a piena pagina, con colori densi e smorzati da sfumature e tonalità ombrose.

Ma veniamo alla storia, che parla di Lili, (il nome lo scopriamo solo alla fine, quando la bambina la ritrova, perché la ritrova, state tranquilli!). Lili è una bambolina che così come disegnata, sembra di pezza, con sei codine, occhietti a spillo e niente naso. Ha un vestito a pois blu su fondo rosa abbinato a delle calzamaglie a righe giallo-blu con scarpette rosse: non c’è che dire, sa come vestirsi!

Ma soprattutto è una “ bambolina piccola piccola” tanto da stare nella tasca di una bambina.

E come avrete capito, da questa tasca cade, mentre la bambina salta con la corda.

Rimasta sola, immobile, aspetta la notte. Il parco si svuota ed inizia a piovere per cui, l’autrice ci dice che è quello che accade di solito, la bambolina prende vita e tenta di costruirsi un lettino al riparo, aspettando il giorno seguente.

Nel farlo recupera piccole cose: un fiammifero, una carta di caramella, alcune foglie secche, qualche piuma, un guanto giallo bucato…ce la mette tutta, ma deve ammetterlo:

Per una notte andrà bene. Ma non è comodo come un vero lettino da bambola nella casa di una vera bambina.

La pioggia è continua: ce lo dicono le illustrazioni che mostrano la bambolina all’opera, in cerca di oggetti che le possano essere utili, probabilmente è anche freddo dato che la bambina portava una giacca a vento.

Comunque sia, finalmente arriva il giorno, e la bambolina è pronta a farsi ritrovare esattamente dov’era caduta, ed è proprio lì che la bambina la ritrova sospirando: “…hai passato tutta la notte sul vialetto!”. Al ché la bambolina ride pianissimo: la bambina non si immagina quanto si sia data da fare tutta la notte per cercarsi un riparo!

Ora, piccola parentesi: sul retro di copertina di questo libro l’editore ha voluto presentare questa storia come una “storia per parlare di paura”…non sono molto d’accordo, oltre che essere sempre diffidente quando un libro mi si presenta per “parlare di”, a mio parere parla di avventura, di mistero…forse Lili avrà anche paura, ma sembra che la sua preoccupazione sia più farsi ritrovare come è stata lasciata il giorno seguente, che passare la notte al parco!

Quello che mi piace di questa storia è il fatto che una bambola prende vita quando nessuno la vede e questo mi fa sognare…ve le immaginate le bambole che parlano tra sé, se sono più d’una, quando voi (se ne avete) o la vostra bambina dormite? Ve le immaginate quando andate in vacanza e rimangono sole in casa? E ve la immaginate una bambina che crede fermamente che questo possa accadere? Ecco, quasi quasi vorrei essere lei…che meraviglia credere nella propria immaginazione!

p.s. Questo è il secondo post del mio blog che parla di libri che hanno per protagoniste delle bambole, se vuoi leggere il primo, guarda qui

anche Kafka parlava con le bambole!

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Le bambine parlavano alle loro bambole? Certo. Erano convinte che le bambole parlassero con loro? Certo.

Con questo articolo inizio una delle rubriche del mio blog che non poteva che prevedere un riferimento ai libri. Leggo molto, mi piace leggere, la letteratura per l’infanzia in particolare mi appassiona, e per essa intendo tutto: albi illustrati, fumetti, divulgazione, narrativa…Per quel che mi riguarda ricordo di aver letto, entro i 15 anni, tutti i romanzi possibili dei miei genitori (e quindi per adulti) che ritrovavo a casa, snobbando gli scaffali appositamente dedicati alla mia età nella biblioteca della scuola. Bene, ora, direi che è il contrario…le mie visite in libreria o in biblioteca, supportata dalla presenza dei nanetti che mi porto dietro, prevedono una buona, se non totale, fetta di tempo nel reparto bambini-ragazzi. Ed è da questo patrimonio di bellezza che ho ritrovato qualche libro che parla di bambole, che le fanno nascere, vivere, scomparire, viaggiare, ritrovare…ve li voglio raccontare, confidando che per qualcuno diventino dei bei suggerimenti di lettura! Fatemi sapere che ne pensate o se ne scovate qualcuno!

Inizio con un romanzo, costruito a partire da un aneddoto reale: KAFKA E LA BAMBOLA VIAGGIATRICE di JORDI SIERRA I FABRA, edito da Salani (2010, ristampa del 2017), tradotto da Elena Rolla.

La storia, come vi accennavo sopra, racconta di un episodio che sembrerebbe accaduto veramente, nella Germania del dopoguerra ed ha per protagonista uno dei più importanti scrittori del XX secolo: Franz Kafka (sì, quello de La Metamorfosi). Sarebbe infatti stata ritrovata la testimonianza di Dora, l’allora compagna di Franz, che raccontava come lungo gli ultimi mesi di vita lo scrittore si sia dato ad una forma di composizione inedita, componendo lettere per una bambina incontrata al parco Steglitz di Berlino (un bellissimo parco nel cuore della città). La bimba si chiamava Elsi e quando Franz la incontrò, stava piangendo per la perdita di Brigitta, la sua bambola.

L’autore, non avendo informazioni sufficienti per scrivere la vera e propria storia così come accaduta, ammette di aver lavorato di fantasia per portare a termine la narrazione di questo episodio, così piccolo ma altrettanto intenso che racconta della tenerezza con cui il grande scrittore si sarebbe accostato alla bambina, raccogliendone con rispetto il dolore e abbia dedicato tempo e creatività per aiutarla ad elaborarlo.

E così ti sei persa”. Volle metterlo bene in chiaro. “Io no, gliel’ho detto” sospirò la piccina. “E chi allora?” “La mia bambola”. Le lacrime, momentaneamente trattenute, tornarono ad affacciarsi negli occhi della bambina. Il ricordo della bambola la fece ripiombare nel più profondo sconforto. Franz Kafka voleva evitare che ricominciasse a piangere. “La tua bambola?” ripeté stupidamente “Sì”.

Per la bambola o per il fratello, erano le lacrime più sincere e addolorate che avesse mai visto. Lacrime di immensa angoscia e tristezza insondabile. Cosa poteva fare adesso? Non ne aveva idea. Andarsene? Era prigioniero nel cerchio invisibile della traumatizzata protagonista della scena. Ma restare…perché? Non sapeva come parlare ad una bambina, tanto meno a una bambina che piangeva perché aveva appena perso la sua bambola.” 

Come prestare aiuto ad una bambina così triste per la perdita di una bambola? La creatività di uno scrittore forse poteva immaginare un’unica soluzione: scrivere! Così improvvisa una risposta:

La tua bambola non si è persa”disse allegramente Franz Kafka. “È partita per un viaggio!” 

Ed è qui che si presenta come il postino delle bambole, che ha già pronta una lettera per Elsi per il giorno seguente. Inizia così questa avventura, per lo scrittore, per Elsi e per Brigida che viaggia a Londra, Parigi, New York, Il Cairo: non ha confini. Nel mentre, il postino costruisce la sua identità, che lo fa sorridere, a volte lo fa sentire pazzo, ma che forse gli dà modo di scrivere qualcosa che veramente ha significato:

Di che cosa si occupa?Chi è?” [chiede a Franz la mamma di Elsi] “Io? Sono il postino della bambole”affermò risoluto. Chissà se era molto più strano che impiegato in una compagnia di assicurazioni, malato, o scrittore. “Non si prenda gioco di me, per favore” “Affatto”. Fu sincero. “Credo sia il miglior lavoro che ho avuto da molti anni a questa parte, e quello più importante. Non avevo mai scritto qualcosa che fosse così pieno di significato.” 

Lo scrittore si prende allora un impegno serio, costante: non deludere Elsi. Sono anni molto duri: la Prima Guerra Mondiale è terminata da poco ed ancora è presente il senso di perdita, di delusione e tristezza che può lasciare un’esperienza simile. Franz Kafka, malato e inconsapevolmente al termine della sua vita, forse sente che proprio in questo contesto, è importante che Elsi coltivi la speranza:

Con i bambini non si scherza”, accettò al sfida. Senza quella lettera, Elsi sarebbe cresciuta con un trauma durissimo: la sua bambola l’ aveva abbandonata. Se l’avesse delusa, forse avrebbe provocato nell’anima di Elsi la frustrazione del rifiuto. Se non avesse tenuto fede alla parola data e si fosse presentato all’appuntamento del giorno seguente senza la lettera promessa, Elsi avrebbe smesso di credere nella natura umana. Era in gioco la speranza. La cosa più sacra della vita.”

Brigida viaggia per il mondo, vede e racconta ad Elsi di moltissimi posti, e alla fine incontra Gustav, si sposa e scrive ad Elsi un ultima lettera, dove dice di essere cresciuta, che è tempo di lasciarsi, mandandole però un pacchetto. Nel pacchetto cosa ci sarà? Vorrei scriverlo ma non voglio rovinare la sorpresa per chi, leggendo questo post, sta pensando di leggere questo libro…perdonate! Ma una volta letto, ditemi che ne pensate!

L’allora bambina non si è più ritrovata, tuttavia mi piace immaginare che abbia conservato quelle lettere che “il postino delle bambole” componeva e leggeva per lei, magari in una bella scatola di latta, lasciata in eredità alla figlia e poi alla nipote, chiusa in un cassetto da qualche parte del mondo, resa preziosa, più che dalla firma, dall’atto di immensa gentilezza da parte di un adulto verso una bambina triste per la perdita della sua bambola.

Ma ancora più bello è immaginare dove sarà Brigida, forse raccolta da terra nello stesso parco, da un’altra bambina nel lontano 1924 che con il cuore gonfio di emozione ha deciso di adottarla…